Triplice fischio. Spalletti si avvicina a Pisacane per stringergli la mano a Pisacane: “Bravi… anche a perdere tempo”, l’allenatore del Cagliari non gradisce e preme sul braccio del tecnico toscano che si incendia fino al duplice cartellino rosso di Marcenaro. Una decisione che lascia Spalletti incredulo e che gli costerà il match casalingo con la Lazio. Episodi che nel calcio accadono, soprattutto quando il risultato non soddisfa. Eppure, osservando il comportamento recente di Spalletti, viene spontaneo chiedersi se dietro quella reazione non ci sia qualcosa di più di una semplice frustrazione sportiva.
La pressione non si risolve con il lavoro
Le conferenze stampa di Spalletti sono sempre state uniche. Una toscanità che non passa con insistenza dalla battuta ma da una teatralità fatta di metafore, citazioni e ragionamenti che prendono strade imprevedibili. Una comunicazione basata su pensieri lunghi e improvvisati in cui è facile perdere il messaggio che vuole far passare all’interno di un italiano destrutturato e segue una sintassi tutta sua.
Non deve sorprendere, allora, che le dichiarazioni di Spalletti siano spesso attraversate da provocazioni e risposte taglienti. È una caratteristica che accompagna da tempo la sua carriera, la frequenza con cui il tecnico di Certaldo attacca giornalisti e giocatori sembra essersi intensificata nelle ultime settimane.
Solo un mese fa (ci sono state 3 settimane di pausa nazionali), il tecnico aveva esordito ai microfoni di Sky polemicamente nei confronti di Giovanni Guardalà invitandolo a non piangere. Un modo quantomeno singolare di iniziare un’intervista, che non aveva certo contribuito a mettere a proprio agio il giornalista.
Il rapporto con Kolo Muani è un’altra contraddizione della comunicazione stressata di Spalletti. Dopo la prima giornata aveva sparato pubblicamente su Kolo Muani rimarcando come se “da due anni non gioca mai un motivo ci sarà”. Cinque giorni ne aveva ribadito il valore per poi salire metaforicamente (tipico del popolo toscano) sul carro e di come non sarebbe sceso fino alla conclusione del campionato.
Partita dopo partita sembra sempre più pressato a livello emotivo e se la stampa sembra aver mal digerito alcune sue uscite, lui di certo non si aiuta sempre dopo Cagliari:”Io non mi gioco il risultato della partita stasera, io mi gioco il finir bene una carriera. Ho quasi 70 anni e devo finir bene la carriera. Siamo a quei livelli lì, voglio far bene: non penso al risultato della partita.”
A 67 anni, Spalletti ha già vissuto quasi tutte le esperienze possibili nel calcio italiano. Ha vinto uno storico scudetto con il Napoli, ha allenato la Nazionale e ha raccolto riconoscimenti che pochi altri allenatori possono vantare. Una carriera che probabilmente avrebbe voluto finire proprio con la nazionale. Un’esperienza terminata invece con un esonero e una conferenza stampa nella quale Spalletti aveva mostrato il proprio lato più vulnerabile, lasciando emergere una commozione difficile da nascondere.
Esiste una convinzione profondamente radicata nella nostra cultura: che a un maggiore impegno debba necessariamente corrispondere un risultato migliore. Della dedizione Spalletti ne ha fatto un mantra. Dalla sua passione per il lavoro manuale nei campi a dei regolamenti sempre molto severi che vietano svaghi e divertimenti considerati malsani del decalogo del tecnico della Juventus (come ad esempio giocare a carte o playstation). Spalletti da buon capo popolo dà il buon esempio prendendo domicilio sempre vicino ai campi sportivi delle proprie squadre così da poter passarci sempre più tempo. È una filosofia che ha contribuito a renderlo uno degli allenatori più riconoscibili del calcio italiano.
Ma esiste un limite oltre il quale la dedizione rischia di diventare controproducente? Pencavel, un economista della Standford University ha osservato come la relazione tra ore lavorate e produttività non sia lineare: superate determinate soglie, il beneficio delle ore aggiuntive tende progressivamente a diminuire. Naturalmente, il lavoro di un operaio e quello di un allenatore professionista non sono direttamente confrontabili. Cambiano le attività, le responsabilità e le condizioni nelle quali vengono svolte.
Il principio, però, introduce un interrogativo interessante: se lavorare più a lungo non equivale necessariamente a lavorare meglio, perché continuiamo a considerare l’aumento dell’impegno come la risposta più naturale a ogni difficoltà? Nel calcio questa convinzione è particolarmente radicata. Quando una squadra perde, si chiede di lavorare di più. Quando i risultati non arrivano, la soluzione sembra essere quasi sempre un ulteriore incremento dell’intensità. Forse perché un maggior impegno può portare una maggior comprensione da parte dei tifosi in caso di risultato deludente.
Tanto possesso, poco controllo: le prestazioni della Juventus 2026/27
Si descrive l’avvio di stagione della Juventus come di una squadra incredibilmente problematica. La sesta squadra dello scorso campionato ricopre la stessa posizione dopo un saldo negativo di mercato superiore ai 100 milioni. Nonostante la mancata qualificazione in Champions League però, la fiducia sul tecnico di Certaldo non è mai mancata e la causa della posizione finale è stata indirizzata più verso l’inizio zoppicante di Tudor che le occasioni mancate nelle ultime uscite primaverili.
La Juventus di Spalletti dalle sue prime battute ha cercato i risultati attraverso un gioco dominante nel controllo del gioco di possesso e una riaggressione famelica una volta perso il pallone. Per lunghi tratti dello scorso campionato i bianconeri sono sembrati tra le realtà più positive per poi ritrovandosi con un pugno di sabbia tra le mani vedendosi superare da Roma e Como. La strada però sembrava tracciata e a mercato chiuso la stampa ha raccontato una Juventus, guidata da Giovanni Carnevali, protagonista risolvendo le magagne che da anni attanagliavano i bianconeri: il centravanti, con l’addio di Vlahovic e il ritorno del tanto desiderato Kolo Muani e Vicario a sostituire l’ormai depresso Di Gregorio.
Numeri alla mano la dominanza territoriale della Juventus sembra essere in continuità. A distanza di circa nove mesi, la Juventus ha nuovamente rinchiuso all’interno della propria area di rigore il Cagliari, producendo un xG maggiore, ma nuovamente senza vincere. La Juventus sembra avere lo stesso problema dello scorso campionato, la difficoltà nel trasformare una mole di gioco in un risultato netto, ma la percezione è cambiata radicalmente.
La squadra di Spalletti, calcia oltre 18 volte a partita, di più rispetto allo scorso anno. Ma è nella qualità dei tiri che la Juventus è calata, infatti ogni tiro vale circa 0,089 xG (nella stagione 2025/26 era di 0,106). Un numero che spiega la sensazione per cui la Juventus sembra una squadra molto più orizzontale e sterile rispetto alla squadra divertente della scorsa stagione.
Un altro dato in continuità è la sensazione che la Juventus venga punita sempre alla prima occasione concessa. Se nella scorsa stagione Di Gregorio veniva giudicato colpevole di subire goal al primo tiro in porta, è ormai evidente come agli avversari basti poco per far male alla Juventus. Cinque reti subite a fronte di 2,92 xGA rappresentano una differenza significativa. Una squadra incapace di riconoscere il pericolo e poi successivamente ribaltare la partita quando un episodio va a proprio sfavore. Nelle 16 partite in cui la Juventus è andata in svantaggio durante la gestione Spalletti soltanto in due occasioni ha contuistato i 3 punti e nel 50% dei casi i bianconeri sono usciti sconfitti dal campo. Un dato che mal si sposa con la poca personalità in campo e alle pressioni.

La ricerca della soluzione perfetta
Le difficoltà della Juventus non possono essere analizzate ignorando l’infermeria. I bianconeri faranno a meno per buona parte della stagione della stella della squadra Yildiz. Senza il numero 10, Spalletti perde un giocatore capace di saltare l’uomo, creare superiorità individuale e inventare soluzioni contro le difese chiuse. Il 2026 è già finito per il capitano Manuel Locatelli, un giocatore che si nota quando manca sia per il palleggio orizzontale della squadra che soprattutto per la personalità di cui ha molto bisogno una squadra giovane come la Juventus. Ormai ci siamo abituati alla sua esclusione ma Thuram era un titolarissimo della squadra e giocatori verticali e capaci di strappi palla al piede fanno la differenza nel nostro campionato.
Come ogni allenatore sotto pressione sembra mancare ossigeno per trovare delle soluzioni nei giocatori da mandare in campo. Spalletti non sembra far eccezione, in ultimo il tentativo a Cagliari di mettere McKennie nel doppio ruolo di esterno a destra e trequartista in fase di possesso. Una soluzione vista più volte la scorsa stagione ma con degli interpreti completamente diversi. Yildiz, Locatelli e Cambiaso davano una sensazione di maggior controllo sui ritmi che consentivano allo statunitense il cambio di posizione da fase difensiva ad offensiva.
Difficile da capire anche la continua esclusione di Zhegrova che sembra l’unico giocatore in rosa capace di sopperire la mancanza creativa di Yildiz. Senza ovviamente la continuità del numero 10, il mancino kosovaro riesce a liberarsi del proprio marcatore con grande facilità per poi andare a crossare o tirare con pericolosità. Conceição resta un giocatore più continuo e affidabile per compiti difensivi ma in un momento in cui la Juventus fatica a trovare qualità davanti, Zhegrova sembra irrinunciabile anche per assistere al meglio Kolo Muani e Nico Gonzalez.
Chi non manca di affidabilità è di certo Celik, ma se poi il suo utilizzo viene portato al limite delle sue capacità allora qualche dubbio che sia l’uomo giusto viene. Al turco infatti viene richiesto dentro al campo per aiutare la squadra in fase di costruzione e successivamente di accompagnarla fino al limite dell’area di rigore, senza avere però né il passo né la creatività necessaria. La stessa funzione veniva ricoperta da uno dei migliori interpreti del campionato: Andrea Cambiaso. Un giocatore di cui i limiti troppe volte sono stati nascosti dalla sua propositività naturale in fase offensiva, ma che vista la difficoltà di rompere gli schemi di questa Juventus, la sua titolarità deve essere ripristinata.

Nel la Società della stanchezza di Han, la società è composta da individui che vengono spinti a migliorare le proprie prestazioni. La società della prestazione tende a considerare ogni risultato raggiunto come il punto di partenza per quello successivo. Il calcio professionistico rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa cultura. Non basta vincere. Bisogna convincere. Non basta migliorare. Bisogna migliorare rapidamente.
L’impressione è che le risposte necessarie per affrontare il resto della stagione non dipendano soltanto dalle ore trascorse sul campo di allenamento. Dipenderanno anche dalla lucidità con cui Spalletti riuscirà a interpretare le difficoltà, dalla fiducia che saprà concedere alle proprie scelte e dalla capacità di distinguere ciò che va cambiato da ciò che ha semplicemente bisogno di tempo.
Forse il passo successivo della Juventus non consiste nell’aggiungere un altro esercizio, un’altra regola o una nuova soluzione tattica. Forse consiste nel trovare il giusto equilibrio tra la volontà di migliorare e la necessità di accettare che non tutto può essere controllato. Il tempo ci darà una risposta.
A quasi un anno dal suo arrivo, la Juventus ha davvero imboccato la strada della rinascita oppure, proprio come Pisacane e il suo Cagliari, è stata soltanto brava a perdere tempo?