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Roger Federer è esistito davvero: quando il tennis diventa letteratura

October 29, 2026

11 min DI LETTURA

La memoria non è un archivio immutabile. La psicologia cognitiva la descrive come un processo ricostruttivo: ogni volta che recuperiamo un ricordo, possiamo rielaborarlo alla luce delle emozioni, delle esperienze successive e del significato che gli attribuiamo.

Gli eventi particolarmente dolorosi non vengono necessariamente dimenticati. A volte, al contrario, rimangono impressi proprio per la loro intensità. Possiamo però evitare di ripensarci, concentrarci su alcuni dettagli o immaginare ripetutamente come sarebbero potuti andare diversamente.

Quante volte abbiamo immaginato di prendere una decisione diversa? Un’alternativa, che abbiamo ripensato così tante volte da farcela sembrare reale. Un what if che ci riempie la mente di pensieri confusi, nei quali immaginiamo risposte che avremmo potuto dare e non abbiamo dato, rapporti sgretolati per non aver fatto un passo in più, amarezze per aver creduto troppo in qualcosa.

Nello sport, probabilmente, accade più spesso che altrove. Perché conosciamo il risultato, ma continuiamo a interrogarci su ciò che sarebbe potuto succedere. Vorremmo avere una macchina del tempo per prendere una decisione diversa, perché quella che abbiamo preso si è rivelata sbagliata e, da quel momento, non siamo più riusciti a riprenderci.

Forse è proprio questo che rende così affascinante l’inizio del libro di Atturo: non tenta di cancellare la sconfitta di Federer, ma si concede di riscriverla.

Un estratto di Roger Federer è esistito davvero

“Quel tardo pomeriggio a Londra, sul prato di Wimbledon, alle 19.11, Federer ha appena colpito l’ennesimo dritto della sua partita e il campo da tennis pende tra due mondi possibili.

Il primo è quello in cui tutti si augurano di vivere, quello in cui quel dritto si trasforma in un vincente e Federer si laurea campione di Wimbledon per la nona volta, la più epica e inaspettata: a trentotto anni, dopo una rincorsa logorante e una partita che sembra scritta da uno sceneggiatore senza pudore per i cliché.

Quel silenzio, allora, prorompe in un urlo, violento come solo le urla di sollievo possono esserlo; Federer cade in ginocchio sul prato, cammina tirandosi via la fascia dai capelli. Scuote leggermente la testa come un cavallo mentre si avvicina a un Djoković troppo sorridente per essere credibile. Federer alza il trofeo con una sensazione che tocca pochi sportivi: quella della piena realizzazione.

L’idea di compiutezza del proprio destino sulla terra. Ora arriva il brutto. Prende il microfono ma le parole non vengono, non vogliono venire . Le urla di acclamazione del pubblico sono di estasi, ma anche di paura perché tutti sanno quello che Federer sta per dire.

Finché urleranno non potrà parlare. Lui stesso ha paura: sono anni che rimanda quel momento, e per anni si è detto che per accettarlo tutto dovrà essere andato al suo posto. Le sconfitte degli ultimi anni erano dolorose ma almeno gli permettevano di continuare la propria vita. Ora però deve farlo perché è sul prato di Wimbledon, a casa sua, e sta stringendo la coppa dorata tra le mani.

Si consola con la capricciosa consapevolezza che potrà andarsene nel momento in cui nessuno, neanche nella più dorata delle epoche tennistiche, è migliore di lui. Nella carriera degli sportivi decidere la propria fine, e godersela nel momento di massimo fulgore, è un privilegio che spetta a pochi atleti.

Ma lui è Roger Federer e pensa di meritare un finale all’altezza del suo viaggio. Allora riprende le forze e lo annuncia al mondo: «Neanche da bambino avrei potuto sognare tutto questo. È doloroso annunciarlo, una parte di me sperava che questo momento non sarebbe mai arrivato, ma questo è stato il mio ultimo torneo di Wimbledon». Sul prato cala un mugugno angosciato, poi di nuovo applausi. Federer china un momento la testa, stringe le labbra, piange un po’.

Ho pensato così tanto a questa possibilità che mi sembra concreta quanto quello che in realtà è successo”

— Emanuele Atturo, Roger Federer è esistito davvero

Per qualche pagina, il risultato che conosciamo smette di essere inevitabile. I due match point diventano la porta d’accesso a una realtà alternativa, nella quale Federer conquista il suo nono Wimbledon e regala ai propri tifosi il finale che avevano immaginato.

Poi la realtà ritorna. E quella vittoria, che per qualche istante abbiamo creduto possibile, diventa ancora più dolorosa proprio perché non è mai esistita.

Emanuele Atturo decide di cominciare proprio da lì il suo Roger Federer è esistito davvero, pubblicato da 66thand2nd. Non dalla prima racchetta impugnata, né dal primo torneo conquistato. Ma da una sconfitta che sembrava impossibile. Federer, del resto, è stato proprio questo: un tennista che sembrava impossibile. Un giocatore capace di trasmettere la sensazione di avere il pieno controllo di ogni situazione, sul campo e non solo.

Le sue vittorie sono il risultato di un talento incredibile, mentre le sconfitte diventano cadute che contribuiscono a renderlo ancora più grande. Perché, nell’immaginario dei suoi tifosi, sembra impossibile che quel giorno ci fosse qualcuno migliore di lui. Più facile pensare a un Federer sconfitto dai propri errori, di fronte a un avversario capace di sfruttare le occasioni che gli erano state concesse.

Il Dio del tennis raccontato fragile

Raccontare Roger Federer non è un’impresa semplice. I principali rischi sono due. Il primo è limitarsi a elencare le sue vittorie, ripercorrendo passo dopo passo l’intera carriera e riempiendo le pagine di numeri e celebrazioni. Il secondo è santificare una figura che oggi ci appare quasi intoccabile. Federer, il GOAT del tennis senza possibilità di discussione, simbolo di un talento irraggiungibile che abbiamo avuto la fortuna di ammirare e che difficilmente rivedremo. Esaltare i suoi colpi di classe e i suoi record, quasi a voler tracciare una linea di demarcazione tra lui e tutti gli altri.

Emanuele Atturo, invece, si avvicina a Federer cercando di spiegare come il personaggio e l’uomo si siano progressivamente fusi. Ricostruisce la carriera dello svizzero attraverso un percorso cronologico, nel quale gli episodi della sua vita sportiva diventano occasioni per indagare la personalità del campione e il modo in cui viene percepito all’esterno.

Il racconto si sviluppa con una linearità che favorisce la lettura. I capitoli accompagnano il lettore nella trasformazione del protagonista, senza richiedere una conoscenza approfondita della sua carriera. Una caratteristica importante soprattutto per chi, come me, ha seguito con maggiore consapevolezza gli ultimi anni dello svizzero.

La scrittura di Atturo conserva una forte impronta giornalistica. È scorrevole, precisa e capace di esprimere un giudizio o suggerire una riflessione attraverso la scelta delle parole, senza necessariamente fermarsi a spiegare ogni concetto. Il testo non vive soltanto di informazioni. Vive anche dello sguardo del suo autore, che seleziona gli episodi e attribuisce loro un significato. Non è una semplice successione di partite, date e risultati. Ogni episodio viene inserito in un percorso più ampio, nel tentativo di comprendere come si sia formato il Federer che conosciamo.

Il peso di essere un predestinato

Sappiamo tutti come sia finita. Federer è diventato uno degli atleti più vincenti della storia, trasformando Wimbledon nel proprio giardino e imponendo per anni una superiorità quasi imbarazzante sugli avversari.

Ma ci ricordiamo come è iniziata?

Il libro restituisce spazio al Federer adolescente, talentuoso quanto irrequieto, e al giovane professionista che fatica a trasformare le aspettative in risultati. Quella di Federer non è tanto una storia di gavetta o di sacrificio, quanto una storia di pressioni e aspettative da soddisfare. È l’astro nascente del tennis, ma a ogni mezzo passo falso c’è qualcuno pronto a ricordargli che il suo stile elegante e superiore non è sufficiente per vincere. Che, per trasformare il talento in risultati concreti, deve anche imparare a sporcarsi.

Viviamo in una società che ci insegna quanto sia necessario impegnarsi per raggiungere determinati risultati. Tendiamo a costruire schemi precisi, percorsi prestabiliti attraverso i quali proviamo a indirizzare e controllare il nostro destino. O, quantomeno, ad averne la percezione. Ma le carriere sportive, come la vita, raramente seguono un percorso così prevedibile.

Nel 2001 Federer sconfigge Pete Sampras a Wimbledon, in una partita che sembra annunciare il passaggio di consegne tra due generazioni. Eppure, per vincere il suo primo Slam, dovrà aspettare altri due anni. Nulla è semplice, neanche per un giocatore dotato di quel talento.

La naturalezza che associamo al tennis di Federer rischia di farci dimenticare quanto il suo percorso sia stato incostante e imprevedibile. La sua grandezza non è il risultato di un’evoluzione inevitabile, ma di una crescita fatta anche di difficoltà e battute d’arresto. Federer ha raggiunto il successo, ma non necessariamente nel modo e nei tempi che tutti si aspettavano. Lo ha fatto a modo suo. Con il suo stile, con il rovescio a una mano, con quella capacità di uscire dal campo apparentemente senza aver faticato.

Una storia di resilienza, prima ancora che di talento.

Il nemico necessario

Non mi soffermerò troppo sulla rivalità tra Federer e Nadal. Una delle più iconiche nella storia dello sport, perché costruita attorno a due atleti apparentemente opposti. Il talento e il sacrificio. L’eleganza e la forza. Il destro e il mancino. L’erba e la terra battuta. La freddezza svizzera e il calore spagnolo.

Opposti in tutto, al punto da attrarsi, diventare amici e regalare al mondo una delle immagini più significative del tennis contemporaneo: i due campioni che si tengono per mano durante l’addio di Federer, consapevoli che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima.

Emanuele Atturo, però, ci ricorda ancora una volta che questa è l’immagine che ci è arrivata, non necessariamente quella che ha caratterizzato l’intera storia del loro rapporto. Inizialmente Nadal sembra essere un ostacolo circoscritto, un giovane talento particolarmente pericoloso sulla terra battuta. Anche nelle dichiarazioni di Federer sembra emergere una certa sottovalutazione del giovanissimo spagnolo. Progressivamente, però, Nadal diventa qualcosa di molto più complesso: un rivale capace di contestare il dominio dello svizzero anche sul piano psicologico.

Lo spagnolo prevale nei primi confronti diretti e trasforma il Roland Garros in un’ossessione. Un ostacolo che sembra separare Federer dal completamento del Career Grand Slam.

Quando finalmente lo conquista nel 2009, Nadal è già stato eliminato. Federer approfitta dell’occasione e, raggiunge un traguardo inseguito per anni.

Dopo quel successo, Federer sembra finalmente soddisfatto e in pace con sé stesso. La sua storia ci ricorda quanto possa essere logorante inseguire un obiettivo e quanto sia importante, una volta raggiunto, riuscire a riconoscere il valore del proprio percorso. Federer non riuscirà mai a battere Nadal al Roland Garros, ma conquisterà comunque il torneo che sembrava destinato a rimanere la grande assenza nel suo palmarès. Una vittoria che gli permette di completare il Career Grand Slam e di aggiungere un altro tassello fondamentale alla costruzione del proprio mito.

Ritrovarsi nella sconfitta

A un certo punto della carriera, il rapporto tra Federer e il pubblico cambia. Lo svizzero non è più il campione che sembra destinato a vincere ogni torneo. Nadal e Djokovic hanno messo in discussione il suo dominio, il corpo comincia a presentare il conto e ogni nuova occasione sembra poter essere l’ultima.

Le vittorie degli anni migliori avevano costruito l’ammirazione. Le sconfitte e la consapevolezza del tempo che passava alimentano invece un sentimento più complesso, nel quale si mescolano nostalgia, affetto e paura della fine.

Il giocatore che sembrava rappresentare la perfezione diventa improvvisamente umano. E forse, proprio per questo, ancora più amato.

Il mito di Federer che è arrivato a me

Non sono cresciuto tifando Roger Federer. Sono nato nel 1996 e mi sono appassionato al tennis nella tarda adolescenza. Non ho vissuto pienamente gli anni in cui lo svizzero sembrava invincibile. Ho conosciuto soprattutto il Federer che cercava di resistere al tempo, che si confrontava con Nadal e Djokovic e che continuava a inseguire vittorie sempre più difficili.

Grazie a Emanuele Atturo e al suo libro, ho compreso meglio la fatica necessaria per arrivare al primo Slam e la pressione delle aspettative. Ho capito l’importanza del suo unico Roland Garros nel palmarès e come sia riuscito a entrare nell’Olimpo del tennis andando oltre i suoi numeri.

Non era soltanto una questione di vittorie, ma del modo in cui le otteneva. Federer rappresentava un ideale estetico, un modo di giocare che sembrava andare oltre le difficoltà tecniche e fisiche del tennis.

Roger Federer è esistito davvero non mi ha convinto che Federer sia stato il più grande tennista della storia. Mi ha fatto comprendere perché così tante persone abbiano avuto bisogno di considerarlo tale. Perché ogni generazione costruisce i propri miti attraverso le vittorie, ma anche attraverso le sconfitte, i ricordi e le emozioni che decide di conservare.

Federer è esistito davvero. Ma nella memoria di ciascuno di noi potrebbe esisterne uno diverso.