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Mourinho e il Real Madrid: anatomia di un ritorno

October 26, 2026

12 min DI LETTURA

Mourinho Real Madrid

È il 28 aprile 2010. L’arbitro ha appena fischiato tre volte e, sul prato del Camp Nou, un uomo in completo scuro corre con un dito puntato verso il cielo. La sua squadra ha appena perso 1-0 contro il Barcellona degli invincibili di Guardiola, eppure José Mourinho non è mai stato così orgoglioso dei propri giocatori e dei principi che è riuscito a trasmettere loro. L’Inter ha giocato per oltre un’ora in inferiorità numerica e, difendendo con le unghie e con i denti, ha conquistato una finale di Champions League che mancava da 38 anni.

Sette mesi dopo, nello stesso stadio, lo scenario è completamente diverso. Lo Special One è diventato l’allenatore del Real Madrid, chiamato a interrompere l’egemonia del Barcellona. Il primo Clásico, però, è più amaro che mai: la squadra di Guardiola rifila cinque reti ai Blancos e Mourinho non può che assistere impotente alla sconfitta più pesante della propria carriera fino a quel momento. Tornerà altre volte al Camp Nou, imparando progressivamente a trovare risposte al tiki-taka blaugrana e trasformando quella rivalità in una delle pagine più intense della propria carriera.

Sono passati tredici anni dalla sua ultima apparizione al Camp Nou sulla panchina del Real Madrid. Il 25 ottobre 2026, José Mourinho torna e vince a modo suo. Il Real Madrid supera 2-1 il Barcellona di Hansi Flick grazie a una doppietta di Kylian Mbappé, interrompe la serie di nove vittorie consecutive dei blaugrana e riduce da sei a tre punti il distacco dalla vetta. A decidere la partita è un contropiede finalizzato all’87° minuto, ma il risultato racconta soltanto una parte della storia.

Sembra essere cambiato tutto in questi tredici anni. Il Barcellona ha sostituito il dominio del possesso orizzontale con il calcio verticale e asfissiante di Flick, capace di travolgere gli avversari e conquistare due Liga in altrettante stagioni.

Il Real Madrid, nel frattempo, ha smesso di inseguire la Décima, andando ben oltre: quindici Champions League in bacheca, privilegiando i grandi successi europei rispetto alla continuità del dominio nazionale. Dall’addio di Mourinho nel 2013, i madrileni hanno conquistato quattro campionati, contro i sette del Barcellona.

Ed è cambiato anche Mourinho. A 63 anni sembra aver perso parte dell’aggressività che lo aveva reso uno dei personaggi più divisivi del calcio mondiale. Le provocazioni non sono scomparse, ma hanno lasciato spazio a una comunicazione apparentemente più misurata. Nel frattempo, i risultati si sono ridimensionati: l’ultimo campionato conquistato risale al 2015, l’ultimo trofeo al 2022 e la sua proposta tattica viene sempre più spesso considerata superata, espressione di un calcio che sembra aver preso altre direzioni.

Eppure, a richiamarlo è stato proprio il Real Madrid, probabilmente il club più prestigioso e potente del mondo. Una scelta che mette almeno parzialmente in discussione la narrazione di un allenatore ormai incapace di competere ai massimi livelli. La vittoria del Clásico sembra rafforzare questa contraddizione.

Mourinho ha ritrovato una delle qualità che lo avevano reso celebre: la capacità di individuare i punti deboli dell’avversario e costruire una partita intorno a essi. Ma una singola vittoria può davvero modificare il giudizio su un allenatore che da anni fatica a ritrovare la continuità del passato?

La storia di Mourinho, del resto, è fatta di contraddizioni: un tecnico capace di sacrificare il proprio modo di giocare per neutralizzare un avversario, ma anche di costruire una delle squadre più prolifiche della storia della Liga. Un uomo che rivendica di vivere nel presente, mentre continua a essere giudicato attraverso le vittorie e i conflitti del passato.

È Mourinho a essere rimasto prigioniero dello Special One, oppure siamo noi a non riuscire più a distinguere l’allenatore dal personaggio?

L’arte di costruirsi un nemico

Per comprendere José Mourinho non basta osservare ciò che le sue squadre fanno in campo. Bisogna guardare anche a ciò che accade fuori.

Pochi allenatori hanno saputo utilizzare il linguaggio, la pressione mediatica e il conflitto come strumenti di leadership con la stessa efficacia del portoghese. Mourinho non si è mai limitato a costruire squadre competitive: ha cercato di creare gruppi disposti a riconoscersi in un obiettivo comune, spesso attraverso la contrapposizione con un nemico.

Un obiettivo comune che può essere contemporaneamente il proprio successo e la sconfitta dell’avversario. Proprio l’esistenza di un antagonista condiviso può rafforzare il senso di appartenenza di un gruppo, rendendo più semplice anteporre gli obiettivi collettivi agli interessi individuali.

Lo abbiamo già visto con altri allenatori: da una parte i propri giocatori, dall’altra il resto del mondo. Gli avversari? Più forti. La stampa? Ostile. Le istituzioni e gli arbitri? Nemici.

Il primo ciclo di Mourinho al Real Madrid è l’emblema di quanto appena descritto. Il 5-0 subito al Camp Nou offre allo Special One l’occasione di creare un gruppo disposto a tutto pur di ottenere la propria vendetta sul Barcellona. Nei Clásicos successivi seguirà una strategia della tensione, alimentata dalla stampa spagnola e gestita magistralmente da Mourinho, al punto da far sventolare bandiera bianca a Guardiola. Pepe viene alzato a centrocampo, il Real diventa aggressivo e pronto a interrompere le linee di passaggio, affidandosi a un gioco prevalentemente di rimessa. Il Real Madrid, il club che più di ogni altro si identifica con la superiorità e la vittoria, aveva accettato di affrontare il proprio rivale come farebbe una provinciale.

René Girard ha studiato come i gruppi possano gestire tensioni e conflitti attribuendo a un individuo o a una figura esterna responsabilità che hanno origini più complesse. Nel caso di Mourinho, non possiamo conoscere con certezza le motivazioni psicologiche dietro ogni dichiarazione. Ma possiamo osservare come l’identificazione di un responsabile esterno abbia spesso contribuito a modificare il terreno del dibattito. Una sconfitta non diventa soltanto una questione tattica: può essere raccontata come la conseguenza di un’ingiustizia.

Il nemico, come abbiamo visto, può essere trovato ovunque: tra gli avversari, nella stampa, tra gli arbitri, ma anche all’interno dello spogliatoio. Si può individuare un capro espiatorio. Nel 2011 Casillas ritiene che il livello di tensione raggiunto tra Barcellona e Real Madrid rischi di compromettere l’equilibrio della nazionale spagnola, fondamentale per i successi della Roja di quegli anni. Il capitano dei Blancos contatta Xavi e Puyol per ristabilire la pace. Mourinho va su tutte le furie e medita una vendetta che porterà Casillas a essere relegato in panchina per il resto della stagione.

Con il giovane Pedro León non ci va tanto leggero. Lo esclude dai convocati dopo che il giocatore non ha seguito alla lettera le indicazioni tattiche nella gara precedente. Mourinho utilizza la scelta per trasformare la vicenda in un caso mediatico e lanciare un avvertimento a tutti i suoi giocatori: nessuno è al di sopra delle regole e delle scelte imposte dall’allenatore.

Questo vale anche per chi ha già condiviso con lui successi e sacrifici, come nel caso di Ricardo Carvalho. Dopo aver lavorato con Mourinho al Porto, al Chelsea e al Real Madrid, vincendo numerosi trofei insieme, il difensore viene messo sul mercato dopo essersi lamentato del poco spazio a disposizione durante una conferenza stampa con la nazionale.

Mourinho può costruire rapporti di fiducia profondi ma, quando cambiano le esigenze del presente, sembra mettere in secondo piano la storia condivisa e la lealtà che aveva richiesto in precedenza. L’influenza di un leader non dipende soltanto dal ruolo formale che ricopre, ma anche dal riconoscimento delle sue qualità da parte di chi lo segue. Ecco allora che anche un Vinícius, coccolato nella prima parte di stagione, può essere messo in discussione in conferenza per lanciare e dare fiducia a Diomandé.

Il metodo Mourinho ha spesso prodotto una solidarietà straordinaria, ma il bisogno di adesione può rendere più difficile accettare il dissenso e gestire le trasformazioni interne.

Il nemico che inizialmente serviva a proteggere lo spogliatoio rischia, con il passare del tempo, di diventare una presenza ingombrante persino nei rapporti tra compagni. Ecco allora che i risultati devono arrivare per consolidare la sua leadership.

Schiavo dei successi

Mourinho è da sempre considerato un vincente e la sensazione è che si sia costruito una gabbia attorno a sé. In carriera ha vinto tanto seguendo un determinato metodo. Ed ecco che un sistema costruito per raggiungere efficacemente un obiettivo — richiamando la gabbia d’acciaio di Max Weber — finisce per limitare le possibilità di chi lo utilizza. Il metodo che lo ha reso lo Special One può trasformarsi in ciò che lo rende cieco al cambiamento. Il calcio è cambiato, mentre il successo passato lo induce a considerare ancora valide soluzioni che richiederebbero una revisione.

Per Mourinho vincere non è mai stato soltanto un obiettivo. È il principale criterio attraverso cui misurare il proprio lavoro. Ormai è il solito confronto tra “giochisti” e “risultatisti”, e Mourinho appartiene sicuramente alla seconda categoria. Ottenere risultati diventa più importante di ogni altra cosa: valorizzare i giovani, spendere milioni sul mercato, intrappolare le partite in un controllo totale degli episodi.

Eppure, proprio questa ricerca della vittoria potrebbe aver rappresentato, nel tempo, uno dei principali limiti del suo metodo. Dal suo addio al Real Madrid nel 2013, Mourinho ha conquistato sei trofei ufficiali. Ha vinto la Premier League nel 2015 con il Chelsea, la Community Shield nel 2016 e l’Europa League nel 2017 con il Manchester United e la Conference League nel 2022 con la Roma. Ma la continuità straordinaria dei primi anni è progressivamente scomparsa. L’ultimo campionato conquistato risale a undici anni fa. Le esperienze più recenti hanno alternato risultati incoraggianti, difficoltà tattiche e separazioni complicate.

Le ultime esperienze al Fenerbahçe e al Benfica non hanno portato alla conquista del campionato, nonostante il ricorso ai vecchi metodi. Le polemiche arbitrali, i conflitti con il Galatasaray e le accuse al sistema calcistico turco diventano alcuni degli elementi più riconoscibili della sua esperienza al Fenerbahçe. Questa volta, però, il risultato è diverso. Non conquista trofei e viene criticato per la qualità del gioco e per il rendimento di alcuni calciatori, mentre i rapporti con la dirigenza si deteriorano.

In Portogallo, invece, Mourinho dimostra di possedere ancora gli strumenti per costruire una squadra solida e competitiva. Allo stesso tempo, mette in evidenza i limiti che possono emergere quando la capacità di evitare la sconfitta non si traduce abbastanza frequentemente in vittoria. Con il Benfica non perde mai, ma gli undici pareggi lo portano a concludere il campionato al terzo posto.

Mourinho sembra continuare a cercare nella propria esperienza risposte alle sfide del presente, ma non sempre quelle risposte producono gli stessi risultati. Prigioniero di quel museo di trofei e medaglie custodito in casa sua. Questo non significa, però, che le sue idee siano diventate inutili. Forse hanno soltanto bisogno di una revisione e di contesti più adatti a lui.

Mourinho può far tornare a vincere il Real Madrid?

C’è una differenza fondamentale tra considerare un allenatore superato e considerare superato il modo in cui interpreta alcune idee.

Anche Ancelotti era considerato superato prima del suo ritorno a Madrid, dopo le esperienze senza successi al Napoli e all’Everton. Il suo metodo, basato sulla valorizzazione del gruppo e sulla libertà concessa ai giocatori in campo e nella vita privata, sembrava ormai appartenere al passato. Salvo poi tornare in auge quando Vinícius, Benzema e, successivamente, Bellingham sono riusciti a brillare sotto la sua gestione, portandolo a conquistare altre Champions League.

Ovviamente Mourinho non è Ancelotti, per metodi e idee di gestione dei gruppi, ma questo può significare che, rimessi nelle condizioni migliori, certi allenatori siano ancora attuali.

Il calcio evolve continuamente, ma non tutte le trasformazioni cancellano ciò che le ha precedute. Il pressing, le transizioni, la difesa posizionale e il controllo degli spazi non sono concetti appartenenti esclusivamente a una determinata epoca.

Cambiano gli interpreti, le modalità di applicazione e le risposte degli avversari. Azione e reazione. Vecchie soluzioni che tornano ciclicamente efficaci.

Mourinho è stato uno degli allenatori più influenti della propria generazione con il suo metodo: blocco basso e gioco di transizione. Strumenti considerati superati dal calcio posizionale di Guardiola e poi dai suoi successori, ma che possono tornare efficaci contro chi pratica un pressing asfissiante (nato proprio per sconfiggere il calcio posizionale), lasciando tanto spazio alle proprie spalle. Spazi che possono essere sfruttati proprio da chi riparte bene in contropiede, accettando di farsi attaccare vicino alla propria area di rigore.

Allora non deve sorprenderci che, nel Clásico di ieri sera, nonostante la predominanza territoriale del Barcellona, gli expected goals favoriscano il Real Madrid: 1,95 contro 1,19. Un Real Madrid attento e organizzato, capace di ripartire con qualità grazie alle uscite dal basso di Bernardo Silva e Arda Güler. Cucurella ha vinto il suo duello psicofisico con Lamine Yamal, aiutato anche dal contributo di Diomandé. Mourinho vince la partita anche grazie a un cambio, infilando una difesa altissima con un centrocampista dotato di grande gamba, Camavinga, capace di attaccare la profondità senza finire in fuorigioco.

Senza, però, prendersi il merito in conferenza stampa, perché sa bene che è il momento di elogiare la squadra e alzare la posta: «Il Real Madrid non gioca per vincere una singola sfida contro il Barcellona, ma per conquistare i campionati». Perché sa che il valore di quella vittoria si ridurrebbe rapidamente se fosse seguita da una stagione a zero tituli.

Mourinho non è soltanto un allenatore. È un personaggio pubblico costruito attraverso oltre vent’anni di vittorie, provocazioni, conflitti e dichiarazioni memorabili.

Erving Goffman ha studiato come gli individui costruiscono e gestiscono la propria immagine nelle interazioni sociali. Maurice Halbwachs, invece, ha mostrato come la memoria venga continuamente ricostruita attraverso le relazioni e i racconti condivisi.

Due prospettive utili per leggere la percezione pubblica dello Special One. Se Mourinho protesta contro un arbitro, ritroviamo il provocatore. Se in una partita difende basso, ritroviamo il difensivista. Se un’esperienza termina con un esonero, ritroviamo l’allenatore incapace di costruire un progetto duraturo.

Continuiamo a cercare nelle sue partite una conferma di ciò che pensiamo di sapere su di lui. Chi lo considera finito aspetta la prossima sconfitta. Chi lo ha sempre difeso vede nel Clásico la prova che non sia mai stato davvero superato.

Sedici anni fa, proprio al Camp Nou, Mourinho aveva scoperto che il proprio calcio non era sufficiente per battere il Barcellona di Guardiola. Aveva dovuto riconoscere i limiti della propria squadra, cambiare approccio e cercare soluzioni differenti. Ma lo Special One è sempre lì, a esultare vistosamente al Camp Nou, perché certi giri, alla fine, fanno giri immensi, ma tornano a essere efficaci.