Il coraggio di guardarsi dentro e riconoscere le proprie debolezze è maggiore di quello necessario per affrontare un nemico esterno. Riconoscere i propri difetti significa mettere in discussione l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Per questo preferiamo minimizzarli, giustificarli o, più semplicemente, nasconderli negli angoli più profondi del nostro inconscio, almeno finché le cose vanno bene. Nascondere e risolvere, però, sono ben lontani dall’essere sinonimi. E prima o poi arriva sempre il momento di guardarci allo specchio.
L’Inter di Cristian Chivu all’inizio di stagione ha nascosto le proprie difficoltà a suon di goal e rimonte. Da qualche settimana però l’allenatore nerazzurro ha provato a suonare la sveglia. Potremmo definirla probabilmente la squadra più vanitosa della Serie A. Una formazione superiore a tutte le altre per potenziale tecnico, che ama specchiarsi nella qualità dei propri giocatori, in un fraseggio capace di produrre una quantità impressionante di occasioni e nella capacità, quasi folle, di ribaltare partite ormai compromesse.
Una pazza Inter che, per troppo tempo, ha cercato di nascondere fragilità tattiche e di atteggiamento, ritrovandosi in più occasioni sotto anche di due reti. Ogni vittoria sembrava confermare la superiorità nerazzurra, mentre i problemi che avevano reso necessaria la rimonta finivano nuovamente sotto il tappeto.
Poi è arrivato lo scherzetto del Milan nella notte di Halloween. E l’Inter si è ritrovata davanti allo specchio un mostro che pensava di aver sconfitto da tempo.
Il derby ha interrotto l’imbattibilità nerazzurra in Serie A e allungato a otto la striscia di stracittadine consecutive senza successi. Ma soprattutto ha mostrato quanto possa essere pericoloso continuare a confidare nella propria capacità di rimediare a qualsiasi situazione.
Perché a volte il nemico che dovremmo temere di più non è quello che abbiamo davanti, ma quello che cerchiamo di nascondere dentro noi stessi.
L’Inter non vuole più difendere
Sembra paradossale mettere sotto processo una squadra che ha vinto otto delle prime dieci partite di campionato, con un pareggio e una sola sconfitta. L’Inter di Chivu ha numeri offensivi impressionanti e una capacità di creare occasioni tale da rendere quasi assurdo mettere in discussione il gioco dei nerazzurri.
Difficilmente, però, abbiamo visto una squadra così focalizzata solo su una delle due fasi di gioco. Di formazioni offensive disposte a concedere qualcosa dietro pur di creare maggiori opportunità da gol è piena la storia del calcio. Basti pensare al Barcellona di Hansi Flick, con la sua linea difensiva altissima. La sensazione, però, è che l’Inter non abbia semplicemente deciso di rischiare di più. Sembra quasi aver smesso di considerare la fase difensiva.
Tredici reti incassate nelle prime dieci giornate e una media di circa 1,05 expected goals concessi a partita raccontano una squadra che, pur mantenendo una superiorità complessiva nel gioco, paga troppo spesso le proprie disattenzioni.
Attribuire tutte queste difficoltà al cambio tra i pali tra Sommer e Josep Martínez sarebbe riduttivo. La qualità del portiere è certamente un elemento fondamentale, e un estremo difensore di alto livello può trasformare in parate anche conclusioni con un’elevata probabilità di diventare gol. Ma la prestazione del portiere non spiega da sola il funzionamento di un intero reparto.
Nelle ultime stagioni i nerazzurri hanno mostrato una vulnerabilità abbastanza riconoscibile: le transizioni difensive. L’Inter accompagna la manovra con molti uomini. Il centrocampo è composto prevalentemente da giocatori di palleggio, ai quali si aggiungono le avanzate degli esterni e gli inserimenti dei braccetti della difesa a tre. Quando il pallone viene perso, però, resta molto campo da coprire, e gli attaccanti rapidi possono sfruttare gli spazi lasciati alle spalle della squadra. Questo è un rischio calcolato. L’altra faccia della medaglia di quel palleggio asfissiante e opprimente che i nerazzurri sanno imporre.
Il problema è che, in questa stagione, l’Inter mostra difficoltà anche quando la difesa è già schierata. La squadra alterna fasi di blocco medio a riaggressioni individuali, senza sempre riuscire a mantenere compattezza e attenzione. Quando il pallone è degli avversari, l’Inter appare talvolta passiva, fatica nelle marcature e non sempre mantiene le distanze corrette tra i reparti. A queste difficoltà collettive si aggiungono prestazioni individuali meno convincenti rispetto alla stagione precedente. Il caso più evidente è quello di Manuel Akanji, protagonista dello scudetto conquistato da Chivu, ma apparso meno sicuro negli interventi e nelle letture difensive in questo avvio di campionati.
Presa singolarmente l’Inter è tra le migliori difese d’Europa. Bisseck, Akanji, Stones, Bastoni, Pavard, Carlos Augusto. Spesso dimentichiamo che la difesa è efficace soltanto quando è collettiva. Non basta il lavoro dei difensori: servono il contributo dei centrocampisti, la copertura degli esterni e la partecipazione dell’intera squadra. Difendere richiede coordinazione, comunicazione, attenzione agli spazi e capacità di riconoscere quando un compagno ha bisogno di aiuto.
In diverse situazioni vediamo giocatori come Barella, Çalhanoğlu, Bastoni o Dimarco interrompere una rincorsa o affidare al compagno successivo la responsabilità di intervenire. Episodi che, presi singolarmente, possono avere spiegazioni tattiche differenti, ma che nell’insieme restituiscono l’immagine di una squadra non sempre disposta al sacrificio.
L’Inter sembra aver perso, almeno in alcuni momenti, una qualità che gli allenatori richiamano continuamente nelle interviste: la percezione del pericolo.
L’Inter perde il derby sotto tutti i punti di vista:
— Fabrizio Biasin (@FBiasin) October 31, 2026
nell’approccio, nell’impostazione tattica, nelle scelte dei singoli e, soprattutto, in quel “provincialismo” preteso a parole e lasciato colpevolmente nello spogliatoio.
Il Milan vince con merito, i nerazzurri (tanti punti…
La maledizione degli ingiocabili
Gli ingiocabili. Così erano stati definiti i nerazzurri guidati da Simone Inzaghi al massimo della loro forza. Una squadra dominante in Italia e capace di raccogliere grandi soddisfazioni in Europa, raggiungendo due finali di Champions League in tre anni.
L’Inter di Chivu è costruita sulle fondamenta di quella di Inzaghi. Sono cambiati alcuni interpreti e alcune soluzioni tattiche, ma il nucleo storico della squadra è rimasto riconoscibile, così come molti dei principi che hanno accompagnato i successi degli ultimi anni. Un gruppo che ha gioito spesso, ma che ha conosciuto anche delusioni importanti. Perché, pur essendo stabilmente la squadra da battere negli ultimi cinque anni in Italia, i nerazzurri hanno conquistato “solo” due scudetti, lasciandone uno al Milan e due al Napoli.
È possibile che questa alternanza di successi e delusioni abbia influenzato il modo in cui l’Inter affronta le proprie stagioni? Una squadra assuefatta dal successo. Quando si presenta ai nastri di partenza con lo scudetto sul petto, sembra perdere una parte della ferocia necessaria per difendere il titolo. Quando invece deve riscattare una delusione, ritrova motivazioni e continuità. Anche in questo avvio di campionato, l’Inter sembra approcciare alcune partite con poca aggressività, salvo poi reagire con una determinazione impressionante quando il risultato è ormai compromesso.
Può sembrare paradossale ma essere riuscita a risolvere queste situazioni scomode può portare uno svantaggio all’Inter strada facendo. Quando vinciamo, tendiamo ad attribuire il risultato positivo alle nostre capacità e alle nostre decisioni, interrogandoci meno sugli errori che abbiamo commesso lungo il percorso.
Le cinque rimonte e i 13 punti recuperati da situazioni di svantaggio nelle prime otto giornate hanno dimostrato il talento e la profondità della rosa. Ma si è raccontato molto di più della capacità di reazione che dei rischi corsi nel ritrovarsi continuamente a inseguire. L’urgenza di correggere gli approcci può diminuire quando la vittoria viene comunque conquistata. Anzi, la rimonta diventa motivo d’orgoglio. Rafforza la fiducia e alimenta la convinzione di poter superare qualsiasi difficoltà.
L’Inter ha dimostrato di non morire mai, ma sembra talvolta comportarsi come se la propria forza potesse garantire una nuova possibilità in qualsiasi momento.
Anche nel derby il copione è stato familiare. A cambiare è stato il finale. La sconfitta contro il Milan è quella con cui l’Inter sembrava giocare fin dall’inizio della stagione. Prima o poi, una rimonta sarebbe stata impossibile.
Da qualche anno l’Inter si trova di fronte anche ad un altro grattacapo: gli scontri diretti. Questa stagione contro Napoli, Roma e Milan ha raccolto quattro punti su nove, ritrovandosi sempre sotto di due reti. Anche in Champions League il rendimento preoccupa, con sette sconfitte nelle ultime undici partite, dopo aver raggiunto due finali europee in tre anni. Una difficoltà che si trascina dalla passata stagione, quando la squadra di Chivu, nonostante lo scudetto conquistato, mostrava già una preoccupante fragilità negli scontri diretti.
Una squadra in difficoltà ad accettare una sofferenza che non nasce dall’emergenza. Una contraddizione che nemmeno lo scudetto della passata stagione sembra aver completamente risolto. La squadra di Chivu trova le energie per reagire quando il risultato è compromesso, ma non sempre mostra la stessa disponibilità al sacrificio quando la partita è ancora in equilibrio.
Il fantasma degli scudetti perduti
La storia recente dell’Inter insegna come essere la squadra più forte non significhi necessariamente riuscire a cucirsi lo scudetto sul petto. Anzi, è proprio quando i nerazzurri si ritrovano a difendere il titolo di campioni d’Italia che sembrano incontrare le maggiori difficoltà.
Nel 2021/22, la squadra di Simone Inzaghi si arrese all’ultima giornata al Milan di Stefano Pioli. Un campionato che, fino al derby deciso dalla doppietta di Giroud, sembrava saldamente nelle mani dei nerazzurri. Quella sconfitta contribuì ad aprire una fase di flessione, durante la quale l’Inter perse punti preziosi, consentendo ai rossoneri di completare il sorpasso.
Tre stagioni più tardi, nel 2024/25, un’Inter nuovamente campione d’Italia uscente, impegnata su più fronti e appesantita da un calendario estremamente intenso, si trovò a inseguire uno spietato Napoli guidato da Antonio Conte. Due occasioni differenti, accomunate dalla sensazione che l’Inter possedesse qualità sufficienti per arrivare fino in fondo, ma non fosse riuscita a trasformarle in continuità.
Alle due delusioni sono seguiti altrettanti scudetti dominati: quello del 2023/24 e quello conquistato da Chivu nel 2025/26. Un’alternanza che sembra raccontare una squadra capace di ritrovare il meglio di sé proprio dopo una grande delusione. Come se avesse bisogno di uno scossone per recuperare la fame, la concentrazione e la ferocia necessarie a esprimere pienamente il proprio potenziale.
L’Inter conosce già la differenza tra essere la formazione più attrezzata e riuscire a trasformare quella superiorità in uno scudetto. Conosce il peso delle occasioni sprecate, dei punti lasciati per strada e dei campionati decisi da dettagli apparentemente insignificanti.
L’Inter deve accettare le proprie ombre per poterle risolvere. Non deve rinunciare alla propria vocazione offensiva, né smettere di credere nella forza di un sistema che ha prodotto risultati straordinari. Deve però accettare che la superiorità tecnica non rende irrilevanti gli errori, che ogni rimonta ha un costo e che segnare tanto non può sostituire il bisogno di difendere. Soprattutto, deve imparare ad accettare la fatica. Quella meno spettacolare, che non finisce negli highlights e non produce applausi, ma che spesso distingue una squadra forte da una squadra vincente.
L’Inter ha dimostrato negli anni di saper battere quasi tutti i propri avversari in Italia. Forse, nella ricerca dell’anti-Inter, Chivu non ha bisogno di studiare nuovi avversari. Gli basterebbe mettere la propria squadra davanti a uno specchio.