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L’Impossibile Scelta del Pallone d’Oro 2026

October 21, 2026

17 min DI LETTURA

pallone d'oro 2026

Lunedì 26 ottobre, le luci del London Palladium saranno puntate sul settantesimo Pallone d’Oro della storia. Chi salirà sul palco per riceverlo, però, è ancora un mistero.

Manca un candidato meritevole. O forse ce ne sono troppi. Giornalisti bloccati come noi davanti a Netflix: così tante alternative a disposizione da rendere sempre più difficile scegliere. Con la consapevolezza che, qualunque sia il verdetto, seguiranno polemiche e obiezioni difficili da confutare.

Lamine Yamal, Harry Kane, Kylian Mbappé, Rodri, Khvicha Kvaratskhelia e Lionel Messi rappresentano, per ragioni differenti, candidati meritevoli del Pallone d’Oro. Allo stesso tempo, se uno qualsiasi di loro si ritrovasse tra le mani quella sfera placcata d’oro a 18 carati, non faticheremmo a individuare qualche macchia sulla sua superficie luccicante.

Per che cosa si dovrebbe assegnare il Pallone d’Oro? Al giocatore più forte al momento dell’assegnazione? Al migliore della stagione nella squadra più vincente? Al protagonista della competizione più importante dell’anno? I gol contano più delle statistiche avanzate? E quanto pesa un Mondiale rispetto a un’intera stagione?

Per anni, il dualismo Messi-Ronaldo ha semplificato il compito dei votanti. Le loro prestazioni extraterrestri rendevano spesso quasi superflua la ricerca di alternative, anche se, come vedremo, le polemiche non sono mancate neppure allora. Erano i migliori marcatori, i giocatori più decisivi e i protagonisti delle squadre più vincenti.

Oggi, invece, il miglior marcatore della Champions League, il miglior giocatore del Mondiale, il protagonista della squadra campione d’Europa e quello che molti considerano il giocatore più forte al mondo sono calciatori differenti (anche secondo me). Ognuno eccelle in qualcosa, nessuno in tutto.

Individuare un giocatore capace di elevarsi nettamente sugli altri sembra quasi impossibile. Per questo, mai come quest’anno, i giornalisti sono chiamati a prendere una posizione forte. Una scelta di principio, prima ancora che di giocatore. Il vincitore non rappresenterà soltanto il miglior calciatore della stagione secondo la giuria, ma anche una precisa interpretazione di ciò che rende un giocatore meritevole del riconoscimento individuale più prestigioso del calcio. Un’interpretazione che potrebbe influenzare, almeno simbolicamente, anche le assegnazioni future.

Le istituzioni stanno cercando di spegnere le polemiche sempre di più, come dimostra la creazione del premio Yashin per il miglior estremo difensore della stagione così che nessun portiere possa venire a reclamare un titolo che non gli spetta più per diritto.

E se il problema non fossero i candidati, ma il modo in cui cerchiamo di stabilire chi sia il migliore?

Esiste un identikit del Pallone d’Oro?

Per tracciarne l’identikit dobbiamo partire dal regolamento. Il Pallone d’oro è un riconoscimento da France Football in collaborazione con la UEFA. I criteri di valutazione sono tre, elencati in ordine di importanza: le prestazioni individuali, comprese la capacità di impressionare e risultare decisivi; le prestazioni collettive e i titoli conquistati; infine, la classe e il fair play (l’aura, per dirla in gergo giovanile).

La prima cosa che salta all’occhio è un’obiezione a un’opinione piuttosto diffusa: i trofei non rappresentano il criterio principale. Eppure, quante volte abbiamo visto candidature di giocatori solo perché avevano vinto sia con il club che con la nazionale nella stessa stagione. Jorginho nel 2021, Raphaël Varane nel 2018 e Dani Carvajal nel 2024 sono esempi di questa tendenza a voler premiare individualmente chi ha collezionato i successi collettivi più importanti.

La contraddizione nasce dal fatto che un premio individuale prende in considerazione risultati inevitabilmente collettivi. Un calciatore non può raggiungere determinati livelli senza una squadra che lo assista. Rinunciare completamente al valore dei trofei significherebbe ignorare la capacità di incidere all’interno di un sistema collettivo. Amiamo predicare che il valore di un giocatore si misura anche attraverso il contributo che offre ai risultati della propria squadra. Dall’altro lato una squadra si esprime al meglio quando i giocatori migliori sono valorizzati dal sistema. Quindi, quanto il successo dell’individuo gli appartiene davvero ed è slegato dalla squadra in cui ha militato?

I criteri di valutazione devono essere applicati da cento giornalisti specializzati, uno per ciascuno dei primi cento Paesi del ranking FIFA. Ogni elettore indica dieci calciatori, ordinandoli secondo il proprio giudizio all’interno della lista dei trenta candidati. Il primo riceve quindici punti, il secondo dodici, il terzo dieci e così via fino alla decima posizione che assegna un solo punto. Il vincitore, quindi, non è necessariamente il giocatore che ha ricevuto il maggior numero di primi posti, ma quello che ha raccolto più punti complessivi.

Il meccanismo può sembrare un dettaglio, ma non lo è affatto. Un candidato capace di ottenere molti secondi e terzi posti potrebbe superarne uno che ha ricevuto più prime preferenze. A questo si aggiungono alcuni meccanismi psicologici che rendono il giudizio umano meno oggettivo di quanto ci piacerebbe pensare. L’Oxford Bulletin of Economic and Statistics, aveva pubblicato una ricerca sulle votazione del precedente FIFA Ballon d’Or, ha individuato come nel votante si instauri una serie di caratteristiche condivise tra elettori e candidati, come la nazionalità e l’appartenenza calcistica.

Non significa che i giornalisti votino in malafede. Significa riconoscere che nessuno è completamente immune dai condizionamenti. Pensiamo all’effetto alone: quando abbiamo un’opinione particolarmente positiva di una persona, tendiamo a interpretare favorevolmente anche altri aspetti del suo comportamento. Un calciatore considerato il più forte al mondo potrebbe così beneficiare di una reputazione costruita negli anni precedenti, anche quando il premio dovrebbe riguardare soltanto la stagione appena conclusa.

Oppure pensiamo all’euristica della disponibilità. Gli eventi che ricordiamo più facilmente possono assumere un’importanza sproporzionata quando dobbiamo esprimere un giudizio. Una doppietta nella semifinale di un Mondiale, vista e raccontata da milioni di persone, rimane inevitabilmente più impressa di una buona prestazione offerta in una partita di campionato a novembre. Ma siamo sicuri che, nell’economia di una stagione, debba necessariamente valere di più?

Non sappiamo quanto questi fenomeni incidano concretamente sulle preferenze dei cento votanti. Ma possiamo almeno domandarci se, nel momento in cui siamo chiamati a scegliere il migliore, stiamo valutando tutto ciò che è successo oppure soprattutto quello che ci è rimasto impresso. E mentre i giornalisti cercano di ordinare le proprie preferenze, i protagonisti fanno di tutto per rendere memorabile la propria candidatura.

Tolti i criteri di campo che contribuiscono all’assegnazione del premio, non dobbiamo dimenticare che il Pallone d’Oro è, a tutti gli effetti, un’elezione. E che cosa si fa durante le elezioni? Le campagne elettorali. Non dobbiamo sorprenderci, dunque, che nelle ultime settimane diversi protagonisti abbiano sostenuto apertamente le proprie candidature. Mbappé ha dichiarato di considerarsi il migliore della stagione precedente. Yamal ha giustificato la propria candidatura attraverso i risultati ottenuti. Kane ha preferito lasciare parlare i numeri, mentre Kvaratskhelia e Messi hanno adottato un atteggiamento più prudente, e non a caso la loro vittoria sembra più lontana. Atteggiamenti differenti, che raccontano qualcosa del Pallone d’Oro contemporaneo. Prima ancora di essere consegnato, il premio diventa terreno di una campagna mediatica in cui calciatori, club e giornali contribuiscono a costruire la percezione del merito.

Non dobbiamo sorprenderci nemmeno del rapporto tra calcio e politica, un intreccio che negli ultimi anni è diventato particolarmente evidente anche nell’organizzazione delle grandi competizioni internazionali. Questo non significa che il Pallone d’Oro sia manipolato dall’alto, ma che il peso mediatico di un club, la reputazione di un giocatore e la capacità di costruire una narrazione possano contribuire a influenzare il giudizio.

6 Modi per Essere il Migliore

Immagino i giornalisti più indecisi davanti a un dado a sei facce. Su ciascuna, il nome di uno dei principali candidati alla vittoria finale. Lanciarlo potrebbe sembrare una soluzione assurda, ma forse non sarebbe tanto più semplice di scegliere quale criterio considerare decisivo. Vediamo cosa rappresenta ciascuna faccia.

Lamine Yamal, il giocatore più forte del mondo

Immaginiamoci al campetto, ancora bambini. Siamo il capitano di una delle due squadre e abbiamo il diritto di scegliere per primi. Davanti a noi ci sono trenta giocatori, gli stessi candidati al Pallone d’Oro. Tra loro ne spunta uno ricciolino, con i pantaloncini a vita bassa, che ha da poco tolto l’apparecchio. Ora vi invito a non sceglierlo.

Parliamoci chiaro. In questo momento Lamine Yamal è il giocatore più forte del mondo. Fa quasi paura dirlo, perché ha soltanto diciannove anni e la prospettiva di un suo dominio sul presente e sul futuro del calcio rischia di diventare opprimente per chiunque debba affrontarlo.

Yamal ha una capacità che appartiene ai grandissimi: piegare le partite alla propria volontà. Non è soltanto un giocatore che salta l’uomo. È il fulcro del sistema offensivo, attira gli avversari, crea superiorità numerica e costringe le difese a modificare continuamente la propria disposizione.

Miglior giocatore della Liga, sedici gol e dodici assist in campionato, un titolo nazionale e un Mondiale conquistato con la Spagna. A questi numeri si aggiunge una capacità di incidere che le statistiche tradizionali faticano a rappresentare interamente.

Eppure, proprio qui nasce la contraddizione. Il Barcellona si è fermato ai quarti di Champions League, mentre il suo Mondiale, condizionato dai problemi fisici, non lo ha visto protagonista quanto il suo talento avrebbe lasciato immaginare.

Le straordinarie prestazioni offerte nelle prime settimane della nuova stagione non dovrebbero influenzare il giudizio sul Pallone d’Oro 2026, perché esterne al periodo di valutazione. Eppure, quando guardiamo Yamal oggi, quanto riusciamo davvero a separare ciò che è stato da ciò che sta diventando?

Mister numeri, Harry Kane

All’estremo opposto sembra esserci Harry Kane. Una macchina da guerra, con numeri che difficilmente potrebbero appartenere a un essere umano: 61 gol in 51 partite con il Bayern Monaco, 36 in Bundesliga e altri 14 in Champions League.

L’inglese, però, non è soltanto il terminale offensivo del Bayern. È un attaccante che viene incontro, partecipa alla costruzione, libera spazi per gli inserimenti dei compagni e riesce a trasformarsi da finalizzatore a rifinitore senza perdere pericolosità.

Alla Scarpa d’Oro europea ha aggiunto Bundesliga e Coppa di Germania, mettendo definitivamente da parte quella maledizione che per anni lo aveva visto collezionare grandi prestazioni senza riuscire a sollevare un trofeo.

Eppure, quando la posta in palio si è alzata ulteriormente, sono arrivate due eliminazioni pesanti. Prima la semifinale di Champions League contro il PSG, poi il not coming home di un’Inghilterra fermatasi al terzo posto mondiale.

Kane rappresenta una delle stagioni individuali più produttive dell’anno. Ma il Pallone d’Oro premia la produzione oppure la capacità di trasformarla in un trionfo?

Mbappé e la maledizione di Parigi

Kylian Mbappé sembra essere rimasto intrappolato in un paradosso. A quasi ventotto anni è ancora uno dei giocatori più forti del mondo, eppure rischia di arrivare ancora una volta alla cerimonia senza riuscire ad afferrare quel Pallone d’Oro che, fin dai primi anni della sua carriera, sembrava destinato a conquistare.

Il francese è stato il miglior marcatore della scorsa Champions League e Scarpa d’Oro dell’ultimo Mondiale, diventando il miglior marcatore della storia della competizione nonostante le sole 3 partecipazioni.

Numeri difficili persino da immaginare, eppure non sufficienti a portare Real Madrid e Francia alla conquista dei rispettivi obiettivi principali. Mbappé è probabilmente il candidato che meglio rappresenta la contraddizione tra merito individuale e successo collettivo. Quanto dovrebbe ancora segnare per essere considerato il migliore?

A complicare la sua candidatura c’è anche una narrazione che lo accompagna dal trasferimento a Madrid. Il PSG ha conquistato due Champions League consecutive proprio nelle prime due stagioni successive al suo addio. Una coincidenza che ha alimentato la convinzione secondo cui, senza il suo accentramento offensivo, la squadra parigina abbia trovato un equilibrio collettivo differente. Una situazione che ricorda, almeno in parte, quella vissuta da Zlatan Ibrahimović nel 2010, quando l’Inter conquistò il Triplete nella prima stagione successiva alla sua partenza.

Se il primo criterio del Pallone d’Oro sono le prestazioni individuali, Mbappé ha pochi motivi per sentirsi inferiore agli altri. Ma fino a quando una produzione realizzativa straordinaria potrà compensare l’assenza dei grandi trofei?

Un Mondiale da Extraterrestre, Messi

Quanto possono valere otto partite nell’arco di un’intera stagione? Poco, verrebbe da pensare. Ma se fossero le otto partite della competizione più importante e mediatica del mondo? Lionel Messi qualche dubbio ce lo fa venire. A trentanove anni, l’argentino ha disputato un Mondiale che sfida ogni logica anagrafica. Otto gol e quattro assist, trascinando la propria nazionale fino alla finale, a un passo dal terzo titolo mondiale della sua storia.

Durante il Mondiale americano Messi ha dimostrato di essere fatto di un’altra pasta anche in confronto ai migliori del calcio di oggi. Ha messo almeno una categoria tra lui e gli altri.

Quanto deve pesare, nella valutazione complessiva, il fatto che Messi abbia trascorso buona parte della stagione quasi in letargo in MLS? Gestire le energie e preservare il fisico in vista del Mondiale potrebbe aver contribuito alla sua sorprendente freschezza atletica. Eppure, siamo abituati a vedere quanto il ritmo partita sia fondamentale per raggiungere il massimo della condizione. Messi sembra aver sfidato anche questa logica.

E allora torniamo alla domanda precedente. Una grande competizione internazionale può assumere un valore tale da oscurare tutto quello che è successo prima? O rischiamo di premiare soprattutto ciò che ricordiamo meglio?

Rodri, simbolo della Spagna

Nell’era post Messi-Ronaldo, il Pallone d’Oro sembra aver iniziato a valorizzare maggiormente i giocatori di sistema rispetto ai primi violini capaci di incantare con i propri assoli. Dembélé, lo scorso anno, è stato premiato per una stagione straordinaria, ma anche per essere diventato il simbolo del pressing asfissiante del PSG di Luis Enrique. L’immagine del francese che scalpita per andare a pressare gli avversari è diventata talmente iconica da essere rimasta, probabilmente, impressa anche nella memoria di molti votanti.

L’anno precedente era stato premiato un altro calciatore simbolo di un sistema quasi perfetto. La Spagna aveva dominato l’Europeo con Rodri in cabina di regia, lo stesso centrocampista che nel 2023 aveva regalato al Manchester City la prima Champions League della sua storia, segnando il gol decisivo in finale. Un’impresa che non era bastata a inserirlo tra i principali contendenti al Pallone d’Oro di quell’anno, assegnato a Messi dopo il trionfo mondiale in Qatar.

Da allora, la Roja ha continuato a imporsi sulla scena internazionale, costruendo una striscia di 42 partite senza sconfitte e conquistando, nel giro di due anni, Europeo e Mondiale. Al centro di questa squadra è rimasto proprio Rodri.

Il centrocampista spagnolo ha attraversato una stagione complicata, condizionata da diversi problemi fisici e dalla difficoltà di ritrovare la continuità che lo aveva contraddistinto prima della rottura del crociato. Al Mondiale, però, si è fatto trovare pronto, tornando a esprimersi sui livelli che lo avevano reso uno dei centrocampisti più importanti al mondo, fino a conquistare il riconoscimento di miglior giocatore del torneo.

Rodri rappresenta forse meglio di chiunque altro il valore di un giocatore all’interno di un sistema collettivo. Ma può un Mondiale straordinario compensare una stagione di club vissuta lontano dai propri standard?

Khvicha Kvaratskhelia, il miglior dimenticato

Abbiamo parlato di quanto sia facile ricordare le prestazioni più recenti (recency bias), specialmente quando arrivano sul palcoscenico del Mondiale (euristica della disponibilità). Ma che cosa succede a chi, su quel palcoscenico, non ha nemmeno avuto la possibilità di salire?

Ecco allora che il miglior giocatore della scorsa Champions League con 10 goal e 6 assist possa ricevere meno attenzioni. La Georgia non si è qualificata alla competizione, privandolo della possibilità di aggiungere una grande prestazione internazionale al proprio curriculum. Una circostanza che dipende soltanto in parte da lui.

Kvaratskhelia non può essere penalizzato automaticamente per la minore competitività della propria nazionale. Allo stesso tempo, sarebbe difficile ignorare il valore delle prestazioni offerte dagli altri candidati al Mondiale.

Se il miglior giocatore della Champions League, protagonista della squadra che l’ha vinta, non è considerato un candidato sufficientemente convincente, quanto pesa davvero la competizione europea più prestigiosa nell’anno del mondiale?

Come vedete, ogni risposta sembra generare una contraddizione. Yamal è l’espressione più evidente del talento emergente. Kane è il simbolo della continuità realizzativa. Mbappé ha dominato le classifiche dei marcatori nelle competizioni internazionali. Rodri ha rappresentato il sistema collettivo più vincente del Mondiale. Messi ha giocato un torneo da extraterrestre a 39 anni. Kvaratskhelia ha deciso il percorso europeo della squadra campione.

Il Pallone d’Oro non è solo un premio

Nella storia del Pallone d’Oro, la difficoltà di individuare il migliore non rappresenta una novità assoluta. Le edizioni coincise con i Mondiali hanno spesso alimentato discussioni particolarmente accese, soprattutto quando le prestazioni individuali e i successi collettivi indicavano candidati differenti.

L’Inter di José Mourinho aveva appena conquistato il Triplete, con Wesley Sneijder protagonista anche della cavalcata dell’Olanda fino alla finale mondiale. La Spagna aveva vinto la Coppa del Mondo e Andrés Iniesta aveva deciso la finale contro i Paesi Bassi. Eppure, a prevalere fu Messi, premiando il suo talento e il suo straordinario valore. Il risultato diventò ancora più controverso considerando che, con il vecchio sistema basato soltanto sui giornalisti, Sneijder avrebbe preceduto gli altri candidati.

Tre anni più tardi il Pallone d’Oro premiò una forma differente di eccellenza. Ronaldo si era arreso al Triplete del Bayern Monaco ma la sua individualità aveva spiccato talmente tanto che fu impossibile non premiarla. La FIFA aveva inoltre prorogato i termini per votare (aspettando l’esito dello spareggio tra Svezia e Portogallo), alimentando le polemiche sulla procedura di assegnazione.

Nel 2018, invece, si spezzò il monopolio Messi-Ronaldo, durato dieci anni, per lasciare spazio a Luka Modrić. Il croato aveva conquistato la terza Champions League consecutiva con il Real Madrid e guidato la propria nazionale fino alla prima finale mondiale della sua storia. La sua vittoria rappresentò anche una rottura simbolica. Un organizzatore di gioco, un centrocampista capace di determinare il ritmo delle partite, riceveva il riconoscimento fino ad allora monopolizzato dai due più grandi goleador della loro generazione.

Ed infine, come abbiamo visto nel 2024 il Pallone d’Oro fu assegnato a Rodri, ma le polemiche furono elevate. Vinícius Júnior aveva conquistato la Champions League con il Real Madrid, risultando decisivo nel percorso europeo dei Blancos. Le polemiche furono particolarmente accese, tanto che il Real Madrid decise di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta.

Ma perché tanto clamore per un premio individuale?

Il Pallone d’Oro non rende un calciatore tecnicamente più forte. Non migliora la sua capacità di calciare, saltare l’uomo o interpretare gli spazi. Eppure, qualcosa cambia. La sua carriera acquisisce un riconoscimento capace di modificarne la narrazione e, soprattutto, il modo in cui verrà ricordata.

Luka Modrić non è soltanto uno dei centrocampisti più importanti della propria generazione, ma anche un Pallone d’Oro. Chiunque abbia ammirato le gesta di Xavi, Iniesta o Pirlo difficilmente accetterebbe di considerarli inferiori al croato. Eppure, Modrić possiede un riconoscimento che gli altri non hanno mai conquistato e che inevitabilmente pesa nel racconto della sua carriera. Un premio assegnato sulla base delle preferenze di una giuria, in una determinata stagione, finisce così per influenzare il giudizio storico su intere generazioni di calciatori.

Lo stesso discorso vale per Fabio Cannavaro. Il capitano dell’Italia campione del mondo nel 2006 era un difensore straordinario, ma sarebbe difficile sostenere che Paolo Maldini o Sergio Ramos abbiano dimostrato meno valore nell’arco delle rispettive carriere. Il Pallone d’Oro conquistato pochi mesi dopo la notte di Berlino completò la consacrazione, consegnandogli un posto particolare nella storia del calcio.

A Dembelé, il Pallone d’Oro ha cambiato letteralmente la vita. “Di solito noleggiavo una bici per poter muovermi agilmente nel traffico di Parigi, ma solo prima di aver vinto il Pallone d’Oro. Se lo faccio adesso, beh, si crea un assembramento intorno a me”, ha riportato il francese.

Il riconoscimento ha accresciuto anche il suo valore commerciale. Henry Jacques, prestigioso marchio di profumeria, lo ha scelto come testimonial, mentre la sua figura ha acquisito una centralità mediatica sempre maggiore. Persino il confronto con Mbappé, ha assunto sfumature differenti, assumendo che fosse il giocatore del PSG il talento generazionale francese.

Il Pallone d’Oro si nutre di storie, offre opportunità commerciali e permette a chi lo conquista di entrare nell’Olimpo dei più grandi. Non cambia quello che un calciatore ha fatto sul campo, ma può cambiare il modo in cui verrà ricordato. E allora forse il problema del 2026 non è che manchino candidati meritevoli. È che ciascuno rappresenta un’idea differente di eccellenza.

Scegliere significa inevitabilmente attribuire un valore maggiore a qualcosa rispetto a qualcos’altro. Ai gol rispetto alle vittorie, alla continuità rispetto ai grandi momenti, al talento rispetto alla capacità di rendere migliore una squadra.

Tra pochi giorni conosceremo il nome del settantesimo Pallone d’Oro. Conosceremo il vincitore, ma anche quale interpretazione del merito avrà prevalso sulle altre.

Il Pallone d’Oro rimarrà uno solo. Le ragioni per assegnarlo continueranno a essere molte di più. Essere il migliore oggi non significherà essere il migliore domani.