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Il Padel è passato di moda? Milano Premier Padel 2026

October 18, 2026

11 min DI LETTURA

Milano, questa settimana, si è trasformata nella capitale del padel. Avrei dovuto esserci anch’io, ma l’influenza stagionale ha stravolto i programmi. Nel 2023 e nel 2024 ho assistito alle semifinali e alle finali del Milano Premier Padel P1, uno dei tornei internazionali più importanti del circuito, secondo soltanto ai Major. E, come sempre, vivere lo sport dal vivo è un’esperienza che ripaga.

Da diversi annipratico questo sport e seguo con interesse ciò che accade nel circuito professionistico. Eppure, fin dal boom durante la pandemia di Covid-19, mi sono sentito ripetere con superficialità frasi come «È solo una moda» o «Tutti questi campi finiranno per chiudere». Quasi come se sminuire la nascita di una passione altrui fosse un modo per rafforzare la propria diffidenza verso uno sport considerato meno nobile rispetto a discipline più iconiche e radicate nel tempo. Forse, preoccupati di non riuscire più a trovare il decimo a calcetto, alcuni hanno preferito screditare un fenomeno che, in fondo, conoscevano ancora troppo poco.

D’altra parte, è difficile negare anche ai più critici che durante la pandemia sia successo qualcosa di difficilmente ripetibile. Nel giro di pochi mesi, il padel è passato dall’essere una disciplina relativamente poco conosciuta a diventare un argomento ricorrente nelle conversazioni tra amici e un appuntamento fisso nei nostri calendari.

A favorirne la diffusione è stata anche una soglia d’ingresso tecnica relativamente bassa: non servivano mesi di lezioni per riuscire a sostenere uno scambio divertente, né particolari abilità fisiche per godersi una partita tra amici. Il padel si prestava così a diventare un appuntamento sociale prima ancora che una passione sportiva. Un’occasione per ritrovarsi, competere e condividere del tempo insieme, indipendentemente dal livello di gioco.

E in fondo, che cos’è una moda se non un fenomeno sociale capace di influenzare le nostre abitudini e i nostri comportamenti?

Il paradosso è che, proprio mentre milioni di persone iniziavano a scoprire il padel, qualcuno ne aveva già annunciato la fine. Come se la rapidità con cui si era diffuso fosse, di per sé, la prova della sua natura passeggera.

Il bisogno di appartenere a qualcosa

Le mode rispondono a due bisogni apparentemente contrapposti: imitare gli altri e distinguersi dalla massa. Georg Simmel, sociologo tedesco, descrive come tendiamo a scegliere qualcosa per due motivi principali. Nel primo caso, siamo portati a imitare i comportamenti delle persone che frequentiamo, spinti dal desiderio di appartenenza a un gruppo. Allo stesso tempo, però, sentiamo il bisogno di distinguerci dagli altri, costruendo una nostra identità sociale.

Osservando il fenomeno padel in Italia è difficile non vedere la rappresentazione di un fenomeno simile. Da ex calciatori come Totti e Vieri, passando per colleghi e gruppi di amici, il padel ha invaso la nostra quotidianità. E a molti non è rimasto che lasciarsi incuriosire e provarlo.

Le mode, però, non sono necessariamente destinate a scomparire, lasciando il vuoto nelle attività economiche nate intorno a loro. Alcune tendenze smettono di essere percepite come novità e diventano abitudini. Everett Rogers, attraverso la teoria della diffusione delle innovazioni, spiega come la crescita di una novità tenda progressivamente a rallentare quando raggiunge una diffusione elevata. Non necessariamente perché venga abbandonata, ma perché è già stata adottata da un pubblico consistente.

I negazionisti del padel ricorrono spesso al paragone con lo squash, uno sport che tra gli anni Settanta e Ottanta conobbe una straordinaria popolarità nel Regno Unito. Al culmine del successo si stimavano oltre due milioni di praticanti, ma nei decenni successivi il movimento cominciò progressivamente a perdere terreno. Le difficoltà emersero soprattutto per il mancato ricambio generazionale. I giocatori che avevano alimentato il boom invecchiavano e giocavano sempre meno, senza essere sostituiti da un numero sufficiente di giovani. Anche sul piano televisivo lo squash non riuscì a conservare la visibilità conquistata durante gli anni d’oro. Dopo aver trovato spazio sui palinsesti della BBC, il professionismo è ormai confinato in una piattaforma di streaming, SquashTV che vanta “solo” 25mila abbonati.

Negli USA una parabola simile la ebbe il Racquetball. Tra il 1976 e il 1982 i praticanti passarono da 2,8 a 12 milioni. Numeri che alimentarono le speranze commerciali e televisive. Eppure già nel 1986 diverse strutture chiusero con un pubblico televisivo sempre più in declino a causa di una regia difficile da gestire e dei professionisti poco carismatici.

Questo però non significa che il padel sia destinato a ripercorrerne le sorti. Un confronto che calza meglio è quello con il beach volley. Per certi versi, il padel vive all’ombra del tennis, così come il beach volley viene spesso confrontato con la pallavolo. Nato e diffusosi alle spiagge californiane, il beach volley è stato per decenni un’attività ricreativa legata al tempo libero e alla socialità. Uno sport praticato prima ancora che seguito, capace di coinvolgere giocatori occasionali.

La crescente popolarità però favorì negli anni ottanta, la nascita di competizioni professionistiche, attirando sponsor e investimenti. Nel 1996 debuttò ad Atlanta come sport olimpico e da allora non è mai uscito, sviluppando un’identità professionistica riconoscibile senza perdere il legame con le proprie origini ricreative.

Spesso padel e tennis, appunto, vengono messi a confronto per similitudine di alcune regole, punteggi e distribuzione dei calendari. Se anche fosse così, pensiamo al calcio a cinque. Il professionismo nel calcetto non ha mai raggiunto una popolarità televisiva paragonabile a quella del fratello maggiore. Questo ha reso il calcetto una moda passeggera? Potrebbe consolidarsi come una delle attività sportive più praticate in diversi Paesi, e mantenere una comunità di appassionati senza diventare necessariamente uno spettacolo seguito da centinaia di milioni di persone. Oppure potrebbe riuscire a compiere anche il passaggio successivo

Esiste un precedente nel padel che dà forza agli irriducibili distruttori del padel. La Svezia. Durante la pandemia il Paese conobbe un’espansione virale. Gli investitori cominciarono a costruire molte strutture, acquistando centri sportivi e immaginando una domanda destinata a crescere per diverso tempo. Il mercato però entrò in difficoltà e secondo un’inchiesta pubblicata nel 2023, quasi 90 aziende legate al padel avevano presentato istanza di fallimento.

Un precedente preoccupante, ma come sta andando in Italia?

Milano Premier Padel: è calato l’interesse del grande pubblico?

Milano è sicuramente uno degli osservatori più interessanti per capire come si stia evolvendo il padel in Italia. Da una parte, per il suo carattere internazionale e la capacità di intercettare nuove tendenze; dall’altra, perché dal 2022 l’Allianz Cloud ospita una delle due tappe italiane del Premier Padel.

La manifestazione è riuscita ad attirare un pubblico sempre più numeroso. Nel 2023 erano presenti poco più di 30.000 spettatori nell’arco del torneo, fino al 2025 in cui Milano ha visto arrivare sulle proprie tribune oltre 35.000 persone. In attesa di quante persone abbiano raggiunto l’Allianz Cloud quest’anno ci raccontano un evento capace di consolidare la propria presenza negli eventi milanesi.

La crescita del pubblico è ancora più significativa se consideriamo che, parallelamente, sono aumentati anche i prezzi dei biglietti. Nel 2024 ero riuscito ad assicurarmi un biglietto per la finale a 60 euro. Oggi, a soli due anni di distanza, trovare un posto equivalente allo stesso prezzo è diventato decisamente più difficile. Il torneo milanese ha ampliato il proprio sistema di partnership e migliorato l’esperienza degli spettatori, introducendo nuovi stand e iniziative capaci di coinvolgere il pubblico. Secondo gli organizzatori, anche i ricavi sono aumentati. Sponsor del calibro di Qatar Airways, Cupra e Heineken stanno cercando di offrire un’esperienza di intrattenimento a 360 gradi.

Per esperienza diretta, posso dire che il padel dal vivo è ancora più spettacolare. È soprattutto dagli spalti che si percepisce la distanza tra noi amatori e i professionisti. La velocità della pallina, l’intensità degli spostamenti e la naturalezza con cui eseguono colpi per noi impossibili rendono l’esperienza ancora più coinvolgente.

Il tutto esaurito per le semifinali e le finali fa pensare ad un pubblico sempre più interessato nel seguire i professionisti. Ma è davvero così? Nel 2023 Alessandro Lupi, telecronista di Sky Sport, riconosceva che, nonostante la soddisfazione per i risultati ottenuti, gli ascolti dovevano ancora crescere molto essendo ancora lontani da altri sport che l’emittente generalmente acquisisce i diritti. Tra le possibili ragioni dei risultati ancora contenuti, Lupi indicava l’assenza di campioni italiani capaci di competere stabilmente ai massimi livelli. Il fenomeno Sinner ci insegna come gli italiani non seguono molto le discipline sportive ma amano innamorarsi dei campioni e i loro successi. Nel circuito c’è un’egemonia spagnolo-argentina. Tra i primi 30 giocatori del ranking maschile, soltanto tre non sono né spagnoli né argentini (15° Lucas Campagnolo brasiliano, 20° Lucas Bergamini brasiliano, 29° Inigo Jofre) mentre per le donne soltanto due giocatrici non sono né spagnole né argentine (la portoghese Sofia Araujo 9° e la nostra Giulia Dal Pozzo alla posizione numero 25)

Il Premier Padel racconta comunque numeri in crescita anche per quanto riguarda gli ascolti, un +12% sulle proprie piattaforme streaming per i primi 10 eventi sportivi ma senza riportare incrementi di spettatori unici, durata delle sessioni di visione. Dall’esterno, la sensazione è che il padel venga seguito soprattutto attraverso i contenuti social. Ci si entusiasma per una giocata spettacolare di Tapia, ma sembra esserci meno interesse nel seguire lo sviluppo tattico e l’andamento di un’intera partita. Numeri che raccontano una crescita, dunque, ma che non bastano a restituire un quadro completo dell’interesse verso il padel professionistico.

La partita più difficile che il padel deve giocare

Se puntassimo i riflettori soltanto sull’Italia, potremmo avere l’impressione che la fase di espansione più intensa del padel sia ormai passata. Metteremmo in ombra però un fenomeno globale ben più grande di noi. Nel Regno Unito infatti, il padel è sbarcato relativamente da poco con i giocatori passati da 129.000 ad un milione nell’ultimo triennio. Alla fine del 2023, Qatar Sports Investments (QSI), il gruppo proprietario del Paris Saint-Germain guidato da Nasser Al-Khelaïfi, ha completato l’acquisizione del World Padel Tour. L’operazione ha portato all’unificazione dei due principali circuiti professionistici sotto il marchio Premier Padel, con l’obiettivo di accelerarne l’internazionalizzazione.

Uno dei cambiamenti più evidenti è stato il tentativo di ridurre la concentrazione dei tornei in Spagna, aprendo il circuito a nuovi mercati internazionali. Un’evoluzione necessaria per rendere realmente globale uno sport che, fino a pochi anni fa, gravitava soprattutto intorno alla Penisola iberica. La capacità di coinvolgere pubblici nazionali differenti però è riuscita sola a metà perché il vertice mondiale continua ad essere concentrato tra Spagna e Argentina, grazie a scuole e accademie con una tradizione e una preparazione tecnica più consolidate. Una situazione comprensibile, vista la storia ma che rappresenta un limite evidente paragonato ad altri sport.

Non basta organizzare tornei a Londra, Miami o Pretoria. La nascita di atleti competitivi ai massimi livelli professionistici provenienti da nuovi mercati è un requisito fondamentale per accelerare la crescita dello sport.

A questo si lega un secondo elemento fondamentale per il futuro del padel: il ricambio generazionale. Il fenomeno è stata trainato da persone che già praticavano altri sport (soprattutto tennis e calcio) che si sono lasciati appassionare dalla novità. Il ricambio generazionale è però un requisito fondamentale per la sopravvivenza. Le scuole e i settori giovanili possono costruire una continuità che va oltre alla popolarità del momento e possono ridurre il gap con Spagna e Argentina. In Italia diversi centri si stanno adattando per coinvolgere anche i più piccoli avvicinandoli fin da piccoli alla pratica del padel. Se vogliamo che il ranking mondiale accolga sempre più campioni provenienti da Paesi differenti, sarà necessario investire nelle strutture, nella formazione degli allenatori e nello sviluppo dei settori giovanili.

La capacità di raccontarsi è un altro tassello fondamentale per l’espansione del padel. Sappiamo come il marketing e la qualità del prodotto televisivo possono influenzare profondamente la percezione di uno sport. Le freccette, capaci di trasformare un gioco tradizionale in uno spettacolo seguito da grandi platee, ne sono un esempio interessante. La qualità delle riprese, le interviste dei protagonisti principalmente in lingua spagnola, la difficoltà nel recepire video come highlights di buon livello rappresentano un limite evidente odierno.

Per coinvolgere uno spettatore inoltre servono delle storie. Le rivalità accendono l’entusiasmo perché consentono al pubblico di identificarsi in una delle parti (Sinner-Alcaraz, Federer-Nadal, Senna-Prost, Ali-Frazier ne sono un esempio). Il padel, invece, ha vissuto lunghe fasi di dominio. Ai quattro anni di Lebrón e Galán è subentrata l’era di Tapia e Coello, che sembrano ancora lontani dal vedere minacciato il proprio trono.

Quest’estate il padel ha debuttato ai Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026. Un ottimo step sicuramente, ma il percorso olimpico già visto in altri sport potrebbe far fare il salto definitivo al padel. L’eventuale presenza olimpica contribuirebbe a rafforzare i programmi federali e a sviluppare l’interesse dei media. La prospettiva di entrare nel programma dei Giochi potrebbe offrire al padel una visibilità enorme, soprattutto nei Paesi in cui il movimento è ancora poco conosciuto.

La sfida più importante rimarrebbe quella di costruire un pubblico disposto a seguire regolarmente il circuito professionistico. La concentrazione dei migliori giocatori in un numero ristretto di Paesi rappresenta tuttavia uno dei limiti che il movimento dovrà superare per rafforzare la propria candidatura olimpica.

Il padel è nato molto prima della pandemia, ma in Italia e in altri Paesi ha vissuto in quel periodo un’esplosione di popolarità che ne ha trasformato la percezione. Non sappiamo se Premier Padel riuscirà a sviluppare un pubblico televisivo paragonabile a quello dei grandi circuiti internazionali. Né sappiamo se il numero di appassionati e praticanti continuerà a crescere. Ma forse non è necessario conoscere tutte queste risposte per riconoscere che qualcosa sta cambiando.

Forse il nostro errore sta nel considerare le mode come qualcosa di necessariamente superficiale. Eppure sono proprio le mode, spesso, a modificare il nostro modo di vestirci, incontrarci, divertirci e trascorrere il tempo libero. Alcune scompaiono senza lasciare traccia. Altre cambiano le nostre abitudini al punto che, dopo qualche anno, diventa difficile ricordare come fossero prima. Forse il segno più evidente del successo di una moda non è quanto a lungo continuiamo a parlarne, ma quanto profondamente cambia ciò che smettiamo di mettere in discussione. Ora palla al padel per capire dove vuole collocarsi.